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Dal “sentirsi bene” allo “star bene” il passo non è breve

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di Vanni Sgaravatti
Vanni Sgaravatti

Nimby è un acronimo che significa; not in my backyard. (non nel mio giardino), sostanzialmente è attribuito alla tendenza di chi è favorevole a distribuire le esternalità negative sociali della produzione tramite opportune norme e leggi, ma non nel proprio “giardino”, cioè in quel territorio ad esclusivo utilizzo privato. Questo approccio, secondo Galimberti, trova uno dei fondamenti nell’eredità della religione cattolica. Sant’Agostino, infatti, sosteneva che lo Stato deve avere l’unico compito di togliere gli impedimenti alla salvezza dell’uomo, perché al bene comune ci pensava la religione.
Non sorprendiamoci, quindi, del diffuso eccesso di individualismo, narcisismo: questa è la nostra eredità culturale occidentale.

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Altra cosa è il Vangelo ed il pensiero di Gesù, che, secondo i quattro evangelisti ufficiali, non ha mai parlato di religione. Una parola che viene solo messa in bocca a Pilato nel famoso giudizio, quando lui lo accusa di voler fondare una religione e a cui Gesù risponde: “Tu lo hai detto”. In questa tradizione culturale, risuona significativa la concezione di Deleuze, quando sostiene che nel rapporto tra forme sociali e le tecnologie, specchio, nella contemporaneità, di una cultura individualista e narcisista, prendono vita le configurazioni del potere. Gli algoritmi, le tecnologie contemporanee, svolgono la funzione di legislatori delle nuove forme di potere. Mentre i parlamenti delle democrazie o le classi dirigenti autocratiche ratificano le decisioni di quel potere, ma devono fare narrazioni false prima a sè stessi e poi agli altri, per legittimare il proprio ruolo di maschera del vero potere.

Un vero potere che non va identificato con il volto dei potenti, anche se sono le maschere protagoniste che ne raccolgono i benefici. Eliminare quei potenti è come tagliare una delle tante teste del mostro Idra di Lerna, ognuna delle quali, secondo la mitologia greco-romana, se tagliata, ricresceva. Mentre, rendersi conto degli effetti seducenti che il nuovo potere provoca in noi, tra cui l’annebbiamento del discernimento, quello che ci fa scambiare il “sentirsi bene” dallo “stare bene”, significherebbe, invece, andare al cuore del problema. Anche se, nel difendere i diritti umani, occorre accettare che qualche testa vada tagliata, ove possibile, metaforicamente.

Il primo, “sentirsi bene” ha a che fare con le emozioni percepite, il secondo, stare bene, ha a che fare con l’essere in sintonia con il proprio daimon, la propria vocazione interiore, il proprio pensiero creativo. Creativo, in primis, di un senso dell’esistenza. Per andare al cuore del problema, lavorando su di noi, occorre, però, impegnarsi nella cura delle relazioni. E, purtroppo, non è un caso, che, ci ritroviamo in pochissimi a combattere in questa lotta. Anche i migliori di noi sono presi da esperienze significative, ma spesso frammentarie e tendenzialmente confinate nelle varie bolle; privato/pubblico, lavoro/volontariato; famiglia/altro; cura del sè/ cura degli altri. Ed è la frammentarietà, quella che rende difficile contrastare gli effetti del nuovo sistema digitale che si porta dietro un profondo cambiamento del sistema capitalistico: da quello contraddistinto dal controllo tramite il confinamento fisico nei luoghi di lavoro e degli indotti esistenziali a quello seducente della sorveglianza.

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È la frammentarietà delle mansioni che porta a disperdere e rendere impotente la dissidenza: il classico “non è di mia competenza”. Oppure ancora la frammentarietà dei luoghi della protesta: accademie, università o convegni chiaramente adibiti a sfoghi o proteste, separati rigorosamente dai luoghi operativi e delle decisioni. Oppure ancora la frammentarietà generata dalla separazione tra i luoghi della denuncia sociale e quelli in ambito legale e giuridico, che, nelle autarchie, viene depotenziata, dalla mancanza di indipendenza rispetto al potere esecutivo, e, nelle democrazie, viene scoraggiata dalla necessità di prove circostanziate e di coraggiosi denuncianti.

In questo contesto, l’etica digitale e algoritmica non è solo un’appendice, un insieme di prescrizioni morali tra i tanti, ma è un orientamento fondante, che ci permette di proteggere ciò che rimane del sistema democratico. E il luogo fisico dove si resiste al nuovo potere sembra essere l’Europa. Ma il rischio del loop è grande, quando un’arma culturale di difesa, come è la rete di regole, si trasforma in uno strumento di autodistruzione politica. L’etica, infatti, non può che essere collegata, nella sua attuazione, a delle regole condivise, che a loro volta fanno parte della burocrazia, che viene percepita come un potere pervasivo e minaccioso. In particolare, proprio nel sistema europeo.

La burocrazia è, infatti, da una parte cosa buona e giusta per il ruolo di difesa dei diritti dell’umano, ma, se diventa anch’essa anima e non strumento, può portare, attraverso insondabili feedback, a popolare il sociale di automi, così come l’etica, trasformata in articoli di un codice, inducono un approccio di conformità, perdendo il significato profondo che li hanno ispirati.

E da automi, torniamo ad essere sedotti dal “sentirci bene”, e non dallo “stare bene”. Il primo comprende persino, il sentirsi bene, quando ci percepiamo brave persone, in quanto adottiamo comportamenti conformi ai codici etici, oltre ai dieci comandamenti, scritti, non a caso, nella pietra, così da rimanere impressi e stampati nella mente. Il secondo, invece, “lo stare bene” richiede perseguire un significato, che va oltre alle emozioni percepite e che non trova nella burocrazia un elemento che sostituisca la faticosa ricerca proprio di quel significato.

 

 

(28 giugno 2026)

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