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Teatro di Vita e “Classe 1990”, quando il teatro “fa comunità” e si toglie le arie da Diva

di E.T. #Classe1990 twitter@bolognanewsgaia #Classe1990

 

La serata a Teatri di Vita del 20 febbraio scorso, alla quale eravamo presenti, ha fatto tabula rasa di ciò che rimane di un teatro istituzionale stantìo, vecchio e troppo spesso autoreferenziale e della distanza che negli anni si è creata tra pubblico fruitore e compagnie in scena e ci ha chiarito ulteriormente, anche se non ne avevamo bisogno, le ragioni del successo dello spazio bolognese. Che continua da numerose stagioni.

Classe 1990 è stato un omaggio alla libertà, con il teatro che si apre ad un Jeudí Gras divertente ed irriverente, che dà spazio ad istanze politiche, che fa sfilare un numero elevate di pazze, ma anche sanissime, che dà spazio – in ultima analisi – e non si prende solo un biglietto per un testo visto e rivisto, che gira tutti i teatri d’Italia e te lo ritrovi qualche anno dopo in una nuova [sic] versione, con compagnie seriose ed attori-ragionieri, e la direzione del teatro sconosciuta in un ufficio da burocrate da qualche parte dello stabile. Teatri di Vita fa comunità. Ha costruito attorno alla sua programmazione un pubblico che si riconosce nelle scelte – di indubbia intelligenza politico-culturale – dello spazio e lo sostiene perché lo sente proprio.

Se questo avviene tra drag queen scatenate e barbute ed oscenamente brutte (però straordinariamente divertenti), ragazze appena giunte da Berlino che magnificano Bologna e i suoi pomodori che sanno di pomodoro insieme ai sorrisi della gente, se una ragazza palestinese può gridare slogan contro l’occupazione del suo paese, se ragazzi africani possono sfilare en travestì sentendosi liberi di farlo – coloro che conoscono l’Africa come la conosco io, sanno a quale miracolo si è assistito – se si è vissuta una serata tra colori, musica, voguing, buuuuuu, qualche fischio, premi, grazie alla quale tutti erano di buon umore e sorridenti e tutti parlavano con tutti, allora si è assistito a qualcosa che in teatro non avviene spesso.

Si è assistito ad un serata dove una comunità si incontra, si parla, si guarda in un luogo che apre i suoi spazi a chi in quella comunità culturale e politica si riconosce.

Così credo che vada riconosciuto, e si debba scrivere, che il grande merito di Teatri di Vita al di là delle indubbie qualità artistiche della sua programmazione, del valore professionale e culturale delle persone che dirigono il lavoro da dentro, che nemmeno se facessero cose che non condivido mi sognerei mai di discutere – ‘cause I am too british to complain about nothing – sia quello di avere costruito una comunità di persone che si sente accolta e che nell’offerta culturale dello spazio trova ragioni per ritrovarsi, accettarsi, discutersi o ridiscutersi e che non si sogna nemmeno di guardare con snobismo, una sala teatrale che si trasforma in discoteca newyorchese per Classe 1990.

Una cosa così non è scontata nemmeno a Bologna. Davvero.

 

P.S. Last but not least, la serata era strapiena di gente. nemmeno questo è un dettaglio.

 

 

(21 febbraio 2020)

©gaiaitalia.com 2020 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 





 

 

 

 

 

 

 




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