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Giorno della Memoria, l’intervento del sindaco Matteo Lepore a conclusione della seduta solenne del Consiglio comunale

“Grazie, presidente. Ringrazio tutte le autorità presenti, gli ospiti, i rappresentanti della nostra comunità ebraica bolognese, il relatore che è intervenuto prima di me. Scelgo di concludere questa nostra seduta con una lettura dei due soli articoli di cui è composta la legge n. 211, che all’unanimità il Parlamento italiano ha adottato nel 2000. L’articolo 1 dice: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della memoria al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio e, al rischio della propria vita, hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
All’articolo 2 si dice: “In occasione del Giorno della memoria, di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti, in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico e oscuro periodo della storia del nostro Paese in Europa, affinché simili eventi non possano mai più accadere.
Sono due articoli molto densi di significato, che danno un mandato chiaro alle nostre istituzioni nel compito che devono svolgere in questa giornata e nelle giornate che la accompagno. Innanzitutto la legge pone la trasmissione della memoria come una questione di cui le istituzioni devono farsi carico. E questo lo vedremo successivamente anche in altre leggi, che hanno istituito il Giorno del ricordo e altre attività della nostra Repubblica. Non, quindi, come un fatto personale o di una sola parte della comunità, ma una questione pubblica. E, dunque, perché le istituzioni dovrebbero farsi carico della memoria, perché siamo chiamati ad occuparci di cose non solo amministrative noi qui in questo Consiglio, nei nostri organismi istituzionali?
Vorrei dare risposta a questa domanda, recuperare una dichiarazione che non era rivolta alla giornata della Shoah, ma che una importante protagonista della vita italiana, per quello che le è accaduto, ha avuto modo di esprimere in occasione di un’iniziativa legata alla scomparsa del marito. Parlo di Agnese Moro, che ebbe a dire: “Non c’è una politica della memoria nel nostro Paese. Tutto è molto legato a noi e alle nostre associazioni. Ma per motivi anagrafici noi ce ne andiamo, non rimarremo su questa terra. Non viviamo in eterno e noi, dunque, non potremo fare in eterno questo ruolo di supplenza della politica pubblica sulla memoria”. Ovviamente Agnese Moro non si riferiva al 27 gennaio, ma lei, in una stagione politica dirimente della storia italiana, poneva una questione importante: quella della necessità che la trasmissione della memoria riuscisse ad andare oltre la vita delle singole persone che ne sono state testimoni.
Lo diceva molto bene Armando Gasiani, salutando l’adozione della legge di cui oggi parliamo. “Con questa legge mi hanno fatto un regalo, perché so che non sono più solo a ricordare”, disse lui, nato a Castello di Serravalle, deportato a Mauthausen, quando ancora non aveva 18 anni, poi uno dei principali dirigenti dell’Aned di Bologna. Un regalo, così aveva definito lui quella legge, che lo aveva accompagnato più volte nell’incontro con gli studenti, nei viaggi della memoria, negli incontri nelle classi e che sentiva l’urgenza di trasmettere la verità. Io credo che ci sia un punto di fondo di tutte le nostre discussioni su cosa significa fare memoria, che spesso abbiamo ritrovato anche nel nostro Consiglio, nei nostri incontri, cioè l’impegno delle istituzioni pubbliche, oltre che di quelle scolastiche, sociali e civili. Io credo che, in particolare in questo Consiglio, dobbiamo ribadire che l’impegno dei Comuni nell’organizzare e sostenere e finanziare iniziative organizzate, appunto, a seguito di questa legge ha un significato preciso, e noi in questi anni l’abbiamo svolto credo con grande passione, con grande impegno, organizzando non soltanto attorno alle giornate di cui parliamo, ma tutto l’anno iniziative importanti, tanto che la nostra città ha deciso di candidare a fondi Pnrr un’area della città, attorno alla stazione 2 Agosto, proprio per realizzare un polo della memoria. Abbiamo deciso di dedicare un quartiere della città alla memoria. Abbiamo deciso, dopo una lunga tradizione di cippi, di monumenti, di iniziative, di fare della rigenerazione urbana di un quartiere una vocazione identitaria, perché pensiamo che quelle milioni di persone, di passeggeri che attraversano la stazione 2 Agosto, i tanti che escono da quella stazione debbano immergersi nella nostra città e vedere il memoriale della Shoah, che è una delle prime cose che si possono incontrare, vedere il Museo di Ustica, incontrare anche un racconto di quello che è stato il calvario delle persone che sono morte a causa dell’amianto nelle OGR, e ovviamente la stazione 2 Agosto. Così come le tante altre iniziative che attorno alla memoria Bologna, nel tempo, ha voluto promuovere.
Bologna ha voluto promuovere iniziative nella memoria e con la memoria, perché nella sua storia ha voluto costruire una barriera contro l’odio e contro le discriminazioni.
Bologna è un manifesto, politico, culturale e civile, contro l’odio, la violenza e le discriminazioni.
Purtroppo il nostro tempo vive di odio, di discriminazioni e di violenza, è per questo che Bologna non può sottovalutare la crescita di un antisemitismo, che non è più solo strisciante: cresce in Germania, cresce in Austria, cresce nel Regno Unito, cresce in tutti i Paesi compreso il nostro. Una escalation che la stessa Commissione europea ha denunciato e ci ha richiamato a guardare con nuovo e rinnovato interesse, anche dopo i fatti del 7 ottobre.
Credo che dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, settantotto anni dopo le nostre istituzioni oggi abbiano molta più forza nel riuscire a definire cosa possiamo fare insieme, come insieme possiamo fare memoria. Abbiamo tanti strumenti, abbiamo tanti luoghi. Abbiamo, in effetti, le nostre città. E occorre che noi decidiamo anche che tipo di lavoro insieme vogliamo fare, per consegnare alle nuove generazioni non solo una città migliore ma anche un testimone che sia un paradigma diverso del come fare memoria, fare anche politica della memoria.
Noi abbiamo fatto una scelta, ad esempio, nelle settimane che abbiamo alle spalle di marciare uniti con le diverse comunità religiose della città. L’abbiamo fatto il 5 dicembre. Abbiamo deciso di distinguerci da altre città, dove le strumentalizzazioni hanno costretto le parti a disporre le bandiere o a bruciarle. Noi invece abbiamo deciso di darci la mano, di marciare uniti, e di farlo per portare in avanti una parola di pace e di nonviolenza. L’abbiamo fatta insieme al nostro cardinale, al presidente della comunità ebraica, De Paz, della comunità islamica Lafram, e tanti altri che si sono uniti con noi in quella giornata. Lo abbiamo fatto di nuovo il 1° gennaio, con l’inizio dell’anno, sempre chiedendo che tutti quanti si unissero in una marcia per la pace e per la nonviolenza.
Ho deciso io stesso di conferire una nuova delega in Giunta dedicata alla pace e alla nonviolenza, e l’ho fatto scegliendo l’assessore alla scuola, Daniele Ara, che è qui al mio fianco, perché penso che noi dobbiamo farci carico di prendere posizione e di portare avanti le nostre scelte. Lo dobbiamo fare ogni qualvolta i diritti umani sono negati e sono violati. La scelta che noi abbiamo fatto, è quella di richiamarci al discorso della pace e della nonviolenza, perché pensiamo che, a fronte dei soprusi, degli assassini, del terrorismo, la risposta democratica di questa città non è mai stata quella di rispondere alla violenza con la violenza, ma di scendere in piazza e di marciare essendo argini della democrazia.
Questa è la nostra cultura, e ringrazio anche il presidente Colombo di avere riconosciuto che criticare lo Stato di Israele non significa essere antisemiti. Io credo che noi oggi abbiamo tutti gli spazi democratici per affrontare quello che sta succedendo nel mondo, e in particolare Bologna lo può fare a testa alta”.

 

 

(26 gennaio 2024)

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