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HomeEconomiaEx Bio on, ora Maip / Haruki: un progetto senza speranza?

Ex Bio on, ora Maip / Haruki: un progetto senza speranza?

di Vanni Sgaravatti

La storia della ex Bio on è una storia molto moderna, locale e globale, ha tanti significati, forse troppi.

Tanti sono stati gli articoli, (citiamo, per brevità, solo gli ultimi contenuti nella cronaca locale del Resto del Carlino e del Corriere della sera del 20 luglio 2023) che possono essere rinvenuti su internet, che hanno trattato, da un punto di vista tecnico e professionale, la vicenda di una start up che doveva cambiare il mondo, contribuendo ad eliminare plastica e microplastica.

Nel 2019, diventò un unicorno, cioè una start up quotata in borsa con una capitalizzazione superiore al miliardo di euro, attaccata dalla concorrenza, tramite fondi speculativi, i cui vertici furono accusati, poi, di aver condotto delle azioni di difesa non conformi con le norme che regolano le comunicazioni, le informazioni verso il mercato e gli investitori, comprese quelle formali del bilancio. Accuse naturalmente da dimostrare in sede giudiziaria, ma che hanno indotto altri soggetti a muoversi nel sospendere il business dell’impresa, in altre parole nel dichiarare il fallimento e tentare successivamente di vendere all’asta l’azienda, procedendo, infine, a perfezionare l’acquisizione, tramite procedura concordataria.

E altri sono gli articoli che hanno accompagnato gli anni in cui molti hanno provato a rilanciare un progetto che aveva attratto giovani talenti, appassionati motivati e coinvolti in un’esperienza emotiva e unica. Altri ancora riportarono le ingarbugliate difficoltà, in fase di perfezionamento, degli accordi con i nuovi acquirenti. Molti soggetti, alcuni a parole, molto meno a fatti, si sono adoprati per sostenere progetti di rilancio per un territorio, quello di Castel San Pietro (Bologna), che però, avrebbero richiesto una coerenza con un piano di rilancio industriale della zona, che avrebbe dimostrato il valore aggiunto, di portata potenzialmente mondiale, di un progetto green come quello di Bio on. Un piano dettagliato e non un piano di rincorsa a coprire i buchi di dolorose emergenze sociali, né un piano di ricerca di consenso politico rispetto a vaghe, ma visibili esigenze ambientaliste.

Molto ingarbugliata e complessa è stata questa storia, se si volessero comprendere le ragioni dei vari protagonisti, in cui tutti sono portatori di ragioni tutti hanno delle responsabilità, e semmai si dividono tra coloro che se le assumono e chi non ha la possibilità di farlo, magari perché impegnato a difendersi da accuse, spesso pretestuose. Sempre alla ricerca di qualcuno più protagonista di altri e che, proprio per questo, rischia, più di altri, di essere preso come il grande colpevole che così assolve tutti gli altri.

Peraltro, la ricostruzione della vicenda sta diventando una storia continua di giustificazioni che spiegano questa caduta: dalle stelle alle stalle. Non mi soffermo su quelle interne, in gran parte le capirebbero solo chi le ha vissute sulla propria pelle le traversie, ma almeno un po’, su quelle esterne e pubbliche.

Si diceva che, per un sostegno non solo solidaristico al progetto, ci volessero interventi più decisi derivanti da quel famoso piano di rilancio industriale e territoriale. Rispetto a questo si sono sentite più volte voci, quasi delle litanie, sui limiti di intervento della politica, che è fatta di consenso, in cui nessuno critica i decisori se mettono nelle loro priorità interventi pubblici che cercano di trovare una soluzione ad un numero cospicuo di famiglie senza lavoro.

Ma che diventa un’altra storia se si tratta di proporre una visione che non sia necessariamente in linea con gli obiettivi di aumentare i consensi, resistendo all’attacco alla roccaforte politica emiliana. Oppure che non sia in linea con gli obiettivi programmatici concordati con soggetti sostenitori che prevedevano il massimo impegno negli ambiti di loro interesse.

Sono modalità di conduzione politica fin troppo noti. Del resto, questo è sempre il migliore dei mondi possibili, dal momento che non ce n’è un altro e se così è diventato il mondo, le ragioni ci devono essere state e nessuna di queste configura come causa, la discesa di un marziano che ha deciso di fare il male di tutto e tutti, in particolare alla Gaiana (sede dell’impianto).

In una situazione ingarbugliata e già descritta in tutti i modi, l’unico modo per semplificarla è quella di partire dagli effetti, non saltando subito alle cause e alle responsabilità. E gli effetti, oggi, li riscontriamo nelle dichiarazioni dei sette dipendenti, rimasti, con ostinazione e caparbietà, attaccati fino in fondo alla speranza di una rinascita del sogno, ma che, in realtà, rappresentano i molti altri che, per necessità e opportunità, hanno trovato altre occasioni in cui continuare il loro viaggio professionale. Persone che, portando però nel cuore quel breve risveglio di primavera, fatto non solo della qualità etica delle intenzioni progettuali, ma anche di un esperimento di relazioni interne, di coinvolgimento, motivazione, passione, talvolta anche conflittuali, ma tutti motivati da una sensazione di remare nella stessa direzione. Un clima davvero particolare, a parte quegli ultimi momenti convulsi, in cui gli attacchi sono stati forti e bisognava rispettare dei tempi. Tempi dettati dalle esigenze finanziarie di quegli investitori, che premevano per la legittima valorizzazione dei loro investimenti, contribuendo, però, quando ci fu l’attacco, a rendere rovente quel clima interno.

Ora la macchina del risanamento e rilancio rischia di triturare tutto quello che incontra. Sto parlando, per andar fuori di metafora, dei licenziamenti dei magnifici sette, da parte della nuova proprietà, che pur confermando le dichiarazioni pubbliche di rilancio, tira innanzi in modo autonomo rispetto alle modalità con cui ripartire, sostenendo di aver comprato solo il “ferro” e non le persone.

Non si vuole aggiungere un dito incolpante agli altri. Qualcuno dice che ci sono ragioni non conosciute che inducono a scelte come queste, visto le responsabilità di altri (si legga i commissari che hanno finora condotto l’azienda in stato di fallimento). Si vuole solo sintetizzare, per il momento, quello che è stato descritto negli effetti finali dai vari comunicati sindacali.

Tutti i dipendenti rimasti, almeno fino al giorno previsto per il licenziamento, il 26 luglio, esprimono nelle loro dichiarazioni, la profonda tristezza. Per averci creduto fino in fondo, per essere stati ingannati, rispetto forse a formali dichiarazioni, ma soprattutto rispetto alle promesse. Sono pronti a combattere e ognuno non ha potuto fare a meno di guardare ai propri interessi di sopravvivenza, ma ascoltandoli, ci si rende contro che il sogno era sempre quello che rientrassero anche gli altri, i compagni di quella primavera che si sono dovuti allontanare dal progetto. È incredibile, quanta poca attenzione viene data al fattore motivazionale delle persone che lavorano, che costituisce un patrimonio aziendale, quando si va al dunque dei conti.

Quanti libri di management parlano delle relazioni e motivazioni, così come delle deleghe come fattore competitivo di un’azienda. Ma pochi parlano dei costi e, per questo, i richiami alla motivazione, diventano specchi per allodole. I costi di una delega, quelli veri, sono ad esempio, relativi a non intervenire per correggere un errore a breve, sapendo che dagli errori si impara e che a medio termine si disporrà di una persona di fiducia e davvero competente.  Oppure si parla di trasparenza e di condivisione nella gestione, senza parlare del costo quasi insopportabile, della diffusione delle informazioni, che talvolta comportano la necessità di prendere decisioni che non accontentano tutti, senza infingimenti.

E poi, mentre le relazioni umane sono materia oscura che hanno bisogno di metterti in gioco, senza certezza dei risultati, l’investitore vive nel mondo che richiede certezze, con una conoscenza molto diretta del proprio portafoglio che rischia di svuotarsi. E, in situazioni di crisi come quelle della ex Bio on, i valori, i cosiddetti asset sono determinati dai curatori fallimentari, condizionati da ambiti di responsabilità su cui, però, costruiscono legittime giustificazioni ai comportamenti che adottano.

Molti di loro, rispetto alle dolorose conseguenze delle situazioni che incontrano, si giustificano richiamando quali sono per legge i loro obiettivi, quali sono gli interessi da tutelare. Leggi che permettono di essere ripagati per il loro lavoro in prededuzione, che significa, che saranno pagati prima di tutti e prima dei creditori privilegiati. E quando qualcuno ricordasse la sproporzione dei costi dei curatori, rispetto alle misure compensative per i lavoratori che subiscono la crisi le pronte risposte riguardano sia ovviamente la legittimità di tali costi, stabilito sulla base di tabelle, indipendentemente dal successo dell’operazione, sia la relatività dei loro compensi rispetto ad altri colleghi in precedenza. Infatti, quanti professionisti, legali e non, sono diventati ricchi e famosi non certo con parcelle come quelle che un penalista, ad esempio, chiede per difendere un poveraccio.

È tutto legittimo, ma forse stride un po’, quando si nascondono le divergenze degli interessi e, appena incaricati, si dichiara ai dipendenti di un fallimento: siamo tutti nella stessa barca.

E a volte ci si giustifica dicendo che, in quella situazione, quello era il minore dei mali, quando qualsiasi commerciale sa che il momento concreto della negoziazione è l’ultimo di tante azioni e comportamenti precedenti che determinano le posizioni di forza delle parti coinvolte.

Se la società di gestone dell’impianto, Bio on Plant, di proprietà della Bio on Spa, non aveva asset a garanzia dei rischi che correva una società che assumeva tanti dipendenti, questo è il risultato di una legge divina o dello stato? O è il risultato di convenienze, mancati controlli e mancate azioni correttive che potevano essere fatte prima e soprattutto dopo la dichiarazione di fallimento. Prima e dopo il fallimento, non siamo tutti nella stessa barca, non abbiamo le stesse convenienze.

Avevamo sperimentato questa unione, questa comunità di intenti quando si lavorava per il progetto, ma la forza delle cose ha prodotto soprattutto questa disillusione. Per colpa del fato, di una legge divina, di questo mondo che è il migliore dei mondi possibili?

Ritornando dal privato al pubblico, va notato che se la principale preoccupazione delle comunità sociali e dei politici loro rappresentanti è il costante gradimento dei tuoi clienti, alias elettori e più direttamente quegli amici di cordata politica che ti appoggiano è difficile immaginare che ci si potesse mettere la faccia, inizialmente, rischiando che avessero ragione i detrattori di Bio on, impelagandosi in una scatola vuota illegale. Quando si capì che così proprio non era, altri fattori ne limitavano l’impegno: quell’urgenza delle emergenze che ti fa scegliere tra azioni entrambe socialmente onorevoli, quelle che hanno oggi e non domani un maggiore consenso sociale. D’altronde, sappiamo bene che nessun tacchino si mette nel forno da solo, nessuno si crea condizionamenti tali da non poter gestire con flessibilità la ricerca del consenso. E questo è politica: si sente udire dal coro di sottofondo.

Allora cari miei sette magnifici dipendenti, sentendo le vostre dichiarazioni, viene da piangere Certo, siete sette non quattrocento, ma se questa fosse una giustificazione per dire “show must go on”, oppure “questa è la vita” oppure “questa è la politica” oppure “così vanno le cose”, allora quando chi di dovere si occupa delle vertenze, potrebbe anche pensare che in India si suicida un agricoltore ogni minuto per colpa di impoverimenti dovuti a logiche globali che vedono coinvolti anche consumatori e produttori locali. I sette non fanno numero, gli indiani e i poveri nel mondo non fanno parte del proprio ambito di responsabilità. E va bene così. Anzi no: va male così.

Certo le sofferenze che ognuno dei dipendenti ha vissuto risiede nella concretezza delle difficoltà economiche proprie e delle loro famiglie. Il dolore, infatti, si fa spazio attraverso il corpo e la concretezza degli effetti vissuti, ma, di fondo, la madre delle disillusioni parte da quel sogno di un mondo del lavoro diverso da altri e dal pensare che un altro mondo poteva essere possibile.

 

(21 luglio 2023)

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