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La dominanza dell’emisfero sinistro nel mondo del lavoro

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di Vanni Sgaravatti

Emisfero destro e sinistro del nostro cervello esprimono due visioni. Oggi c’è la crisi di quello destro, adatto alla capacità di concentrarsi, a comprendere le espressioni umane ed a immedesimarsi. L’emisfero sinistro tende a prevalere, in particolare dopo la fase di massimo splendore di un sistema culturale, come quello, ad esempio occidentale.

Nei miei tanti anni di esperienza professionale, ho conosciuto bene quanto, nel mondo del lavoro, nelle imprese, siano banditi: l’umano, le parole ambivalenti ma cariche di significati e le troppe parole. Questo in linea con la verità che deve essere inequivocabile e univoca.

E proprio nel mondo del lavoro si assiste a questi gironi di anime perse, con travestimenti di professionisti sicuri di sé e a cui viene richiesta questo look di uomini che sanno il fatto loro. Ma proprio per questo è nell’ambito del lavoro, dove si vivono relazioni di gruppi organizzati, che si può annidare l’esperienza più emotivamente forte, dove si combatte la lotta contro queste continue forme di alienazioni. E quando hai la fortuna di incontrare un progetto dove poter trovare una strada per cambiare il mondo e, mentre lo fai, di cambiare te stesso e gli altri, nelle quotidiane cadute, ma nelle quotidiane occasioni di rialzarti, allora sei molto fortunato.

Per lo spazio di un “mattino”, volendo citare un esempio, io sono stato fortunato: quello era il progetto che si chiamava “Bio on”.

In quel progetto, la metafora del cambiamento del mondo l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, nella pelle di chi ci lavorava, perché abbiamo visto nascere progetti, strutture, metodi, insieme al reclutamento, alla motivazione delle persone che ci credevano.

Eravamo insieme in quell’impianto, competenze, livelli diversi. I problemi umani degli altri erano i nostri, i ruoli c’erano e non tutti sapevano tutto, non era una gestione assembleare, ma tutti testimoniavano di essere nella stessa barca, al punto che molti cominciavano davvero a crederci.

È passato molto tempo, la memoria di quell’esperienza, dei volti, delle relazioni soprattutto da parte di chi si è inserito in altre realtà si sta disperdendo. Ma, almeno nel mio cuore rimane qualcosa, tra le pagine chiare e le pagine scure della vita (canterebbe qualcuno). E questo proprio in virtù di tutti i tentativi fatti per coniugare l’umano e il professionale, dentro ai confini di un’impresa innovativa come quella, ma con uno sguardo che andava negli orizzonti oltre quei confini, per ripulire dalla plastica e dalla microplastica il mondo fuori e dentro di noi. Questo non è un articolo professionale e tanto meno tecnico che esplora questi progetti e le ragioni che finora hanno reso difficile la loro realizzazione, ma che vuole trovare delle connessioni con la nostra percezione del mondo, le contraddizioni e quindi le difficoltà, con le risposte a domande filosofiche che la vita ci propone.

Ogni tanto emergono teorie, ideologie, istruzioni per introdurre nelle imprese visioni di strategie sostenibili ambientali e sociali, approcci motivazionali umani, in cui si vorrebbe recuperare il bambino (l’umano) gettato via molto tempo fa, o forse da sempre, con l’acqua sporca.

Ho ben presente quando una parte di un gruppo organizzato in un’impresa, pubblica o privata che sia, scende nell’ambito operativo e parla, perciò, di deleghe e di responsabilità nella realizzazione di obiettivi comuni, sostituendo questa alla responsabilità per comportamenti conformi a prassi e procedure dominanti.

Ma questa aspirazione, la cognizione fondata sull’emisfero sinistro lo traduce in parole ripetute e staccate dal significato emotivo di base. Tutti le recitano, ma più le recitano, più vengono colti dal senso di nausea per quel vuoto che avvertono tra la narrazione esplicitata e la realtà introiettata. Proprio come la vertigine vestibolare quando non c’è sincronia tra percezione uditiva e visiva.

E allora quando dopo il metaforico seminario, si torna nel posto di lavoro, manager e lavoratori in genere predispongono concrete procedure che sono istruzioni basate sulla standardizzazione dei compiti (perché quelle basate su linee guida e criteri sono considerate aria fritta da tutti, compreso gli attuatori) e, ovviamente, sul controllo della loro attuazione.

E in questo contesto operativo è evidente che la questione diventa l’accettazione del compito, mentre le leve motivazionali sono il bastone e la carota e non la possibilità da parte delle persone di acquisire la padronanza di potersi autorealizzare, che richiede il famoso “clima di fiducia”.

Questione che è anche questa considerata aria fritta dagli stessi che devono attuarle, anzi soprattutto da loro, che lasciano a casa l’”umano”, perché così si pensa debba essere fatto e ci si vergognerebbe a mostrarlo, il lato umano. A meno che non appartenga ad un creativo (con licenza di provare sentimenti), a meno che non sei uno che fa raddoppiare il fatturato o i soldi disponibili (hai tutte le licenze che vuoi), a meno che non scarichi la tua responsabilità in confini controllati (esercizi di creatività, di prove di dialogo e cose simili).

Gli stessi manager e lavoratori in genere sono quelli che poi soffrono le conseguenze di questa mancanza di “verità”, che magari attribuiscono agli altri (capi, accaparratori dei profitti, colleghi troppo competitivi, il “sistema”), non solo la gran parte della responsabilità (innegabile), ma tutta la responsabilità (discutibile).

Come sostiene Iain McGilchrist nel suo libro “il padrone e il suo emissario” ci sono almeno sei ragioni che spiegano perché la cognizione basata sul predominio dell’emisfero sinistro del cervello, quello che razionalizza, spacchetta il mondo in compiti e che opera per determinare un contesto in cui queste contraddizioni si sviluppano. Perché:

1) ci aiuta a cogliere la realtà, accumulando “cose” e questo è un aspetto seducente;

2) offre risposte semplici, lineari e coerenti, come spesso sono le contradditorie soluzioni tecnologiche a problemi ambientali e sociali;

3) ha una visione più facile da descrivere, visto che è l’emisfero della parola e l’importanza delle narrazioni aumenta sempre più in un mondo globalizzato da tenere insieme e dove lo spostamento di popolazioni con culture diverse rende difficile mantenere tale coesione con immagini, rituali e credenze introiettate, ma necessita, invece, di rendere logico ed esplicito, l’implicito;

4) favorisce il linguaggio adatto ad un mondo tecnologico e artificiale, lontano dai ritmi naturali, assolutamente prevalente, a tal punto che, quando si cerca di ritrovare un contatto con il mondo naturale, questo lo si legge secondo le categorie di strumentalità già esplicitate dall’emisfero sinistro, in un gioco di specchi da cui difficilmente si esce;

5) quello sinistro “spacchetta” la cognizione del mondo per conoscerlo e controllarlo, al servizio di quello destro. Ma la collaborazione, che avviene in fasi diverse, si perde. Il sinistro dovrebbe riportare il risultato di una fase di analisi intermedia al suo padrone, quello destro, che introietta e fornisce significati, ma non lo fa. E non si è consapevoli di questa mancanza, perchè, mentre la conoscenza dell’emisfero destro si porterebbe dietro dubbi, curiosità e inclusività, ma non è alimentata dal suo emissario, quello sinistro, quest’ultimo non è consapevole di ciò che gli manca e pensa di sapere e quindi di poter fare a meno dell’emisfero destro;

6) le posizioni di potere in un sistema artificiale sono costruite a misura dell’emisfero sinistro e richiedono persone con quelle attitudini razionalizzanti e con tratti autistici.

E, quindi, tante sono le ragioni che impediscono il cambiamento e alcune risiedono perfino nella cognizione e nel correlato funzionamento del nostro cervello, che ci permette, tra l’altro, di costruire tante caverne di Platone, tante narrazioni giustificatrici per farci accettare le cose come stanno.

L’ambito del lavoro dove le persone passano molto tempo della loro vita in gruppi organizzati è un luogo privilegiato come leva del cambiamento, ma è proprio quello che, essendo il luogo di riproduzione delle strutture socioeconomiche, favorisce la conformità e la resistenza al cambiamento.

Qualcuno introduce un’altra parola, bella anche se sa di nuova moda manageriale: la Humanocrazia. È evidente che alla base delle visioni di sostenibilità sociale e ambientale delle imprese non ci può che stare una volontà di promuovere una dimensione umana nel mondo del lavoro.

Ma questo si presta a diverse ambiguità: anche il proprietario paternalista ritiene di avere rapporti umani. Ritengo che l’umano nelle imprese non possa svilupparsi solo attraverso modalità relazionali educate e gentili. L’unico modo perché queste non siano percepite come strumentali e quindi, non umane è essere in grado di portare la propria umanità, cioè la propria vulnerabilità dentro le relazioni. E, naturalmente, come si usa dire, prestare attenzione a non utilizzare l’altro come mezzo per raggiungere uno scopo, indipendente dalla nobiltà di questo scopo.

E questo sì che è molto difficile. Ma la necessità di un cambiamento incalza. Possiamo cullare l’illusione di rimandare ai nostri figli e nipoti questo cambiamento, sperando che qualche conflitto non arrivi in casa nostra prima di quel tempo. O possiamo sperare che almeno qualcuno di noi possa vivere esperienze magiche, come quella risvegliata dal progetto dell’ex bio on.

 

(18 maggio 2023)

©gaiaitalia.com 2023 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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