Il cuore di Bio on batte ancora?

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di Vanni Sgaravatti

Sembra udire ancora qualche battito, giungere debolmente dal cuore del progetto Bio on. Quella start up del territorio della provincia bolognese, che fu un “unicorno”, quotata in borsa e che si stava facendo conoscere in tutto il mondo anche per la sua missione diretta al centro della sostenibilità ambientale: la chimica dei materiali e la sostituzione bio della plastica e della microplastica.

Quel cuore era stato seppellito sotto le ceneri di conflittualità, concorrenze, regole di un mondo duro e così lontano dalle speranze e dalle emozioni di chi ci lavorava e di chi ci aveva creduto davvero.

Ho già raccontato più di un anno fa la storia vissuta, ostinatamente aggrappato alle zattere, lanciate dopo le conseguenze dello speronamento subito e delle manovre, corrette o meno qualcuno le sta giudicando, per ripararle. E la mia storia era quella di chi si era occupato, in particolare, con un ruolo di sviluppo organizzativo e del personale nella costruzione dell’impianto: un gioiello nato scavando nel fango e visto crescere in un connubio tra uomini e innovazione tecnologica, davvero emozionante. Da allora e proprio da quell’esperienza mi sono sempre più convinto che il cambiamento gestionale, organizzativo e culturale nelle imprese pubbliche e private sia un fattore che contribuisce alle metamorfosi sociali di cui tanto si parla. La dimensione lavorativa è talmente e sempre di più pervasiva da condizionare la nostra vita e il nostro modo di vedere la vita.

Sto parlando di cambiamenti che permettano di ritrovare un senso nel lavoro non solo nel cercare una qualità e un’etica nel modo di lavorare e di relazionarsi con gli altri, sia internamente che esternamente alle imprese, ma anche nella consapevolezza della ragione e dell’utilità dell’impegno profuso, anche se in connessione con tutti i nostri compagni.

E tutto questo con una ricerca vera e non strumentale verso uno scopo. Cioè senza parlare di sostenibilità ambientale o di welfare aziendali, perché così facendo, in un contesto post-industriale, si motivano e si possono pagare meno le persone o renderle più efficienti. Perché, in questo modo, si finirebbe a riaffermare che il vero lavoro pagato bene è quello che faticoso, alienante e duro. Altrimenti sarebbe un hobby e non un lavoro.

E questa è l’ideologia implicita, che non vediamo e che ci fa considerare in fondo un’utopia riuscire a considerare davvero l’altro, il collaboratore, non come un mezzo, ma come un fine in sé. E’ la nota etica “protestante” del lavoro, come attività dura in grado di forgiare il carattere di un uomo, da cui poi si legge in molti epitaffi: “era un gran lavoratore”.

Dopo tanti anni di esperienza nel change management, con successi parziali, la cui parzialità è stata inversamente proporzionale alle aspettative di profondità del cambiamento mi imbattei nel progetto Bio on, dove magicamente tutte le condizioni di cambiamento interno ed esterno si potevano realizzare.

Nei tentativi mai del tutto abbandonati di promuoverne una rinascita, mi hanno parlato, dopo le fughe iniziali da parte di chi aveva paura di associare il proprio nome ad una vicenda che la pubblica opinione poteva considerare negativa (e mi vengono in mente le storie di immagini delle folle con il pollice abbassato, opportunamente strumentalizzate), di regole normative che ti impedivano di dare risposte a questo desiderio di rinascita, e di logiche di mercato che sembravano rendere difficile l’operazione salvataggio o meglio dire la rinascita della Fenice. La mano invisibile del mercato, richiamata quando serve per giustificare meccanismi impersonali, provenienti dal cielo, che impedivano di attuare principi e dichiarate buone intenzioni, facevano riferimento sostanzialmente a: la necessità di ritorno di investimenti adeguati; ad una domanda di mercato non sufficientemente sensibile a pagare un prezzo per un cambiamento ambientale troppo radicale (tralascio per sintesi e perché l’articolo non vuole essere tecnico, né specifico, tanti altri fattori).

Ci sono due modi di vedere la rinascita del progetto Bio on, ammesso che si riescano a realizzare le intenzioni di chi si è fatto avanti, in modo lungimirante, per provarci.

La prima è quella di ricomporre le parti e perseguire strade più, diciamo, di understatement, non seguendo, ad esempio, iniziative come quelle americane e cinesi che stanno costruendo proprio impianti simili e che erano stati preceduti in quel di Castel San Pietro. La seconda è quella di riprendere quel progetto, che comprendeva anche la ricerca di industrializzazione di soluzioni innovative, a partire dai brevetti. E ne cito una tra le tante possibilità, come quella della microbio-plastica per il settore biomedicale, così importante per la nostra regione e che, proprio per questo, richiederebbe di lavorare insieme a quegli imprenditori.

Un settore che presto troveranno multinazionali estere che potranno offrire proprio quelle stesse soluzioni di sostenibilità ambientale, che potrebbero essere progettate e sviluppate dalla Fenice, rinata dalle ceneri della Bio on. O, per dirla anche in altro modo, da quella crisalide, che, rinasce dal proprio bozzolo, dopo la trasformazione che questo processo richiede.

E allora sono certo che gli occhi dei giovani, che ancora mi scrivono dall’Università, non sapendo che il cuore di quel progetto è ancora troppo nascosto, vedrebbero nella rinascita, quella speranza di cambiamento che, a suo tempo, avevo percepito forte e chiaro.

 

(19 novembre 2022)

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