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Il significato del lavoro, i lavori senza senso e la paura di cambiare (parte seconda)

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di Vanni Sgaravatti

Nella prima parte dell’articolo (pubblicata su Sassuolonotizie.it), cito le attività di cura, in senso lato intese, orientate alla conservazione e al mantenimento dell’esistente. Mentre la produzione appare sempre più lontana dal prodotto da “creare”. E allora, come si può pensare che i lavoratori trovino senso e scopo in occupazioni nelle quali vengono in pratica trasformati in robot; nelle quali, anzi, si sentono dire che sono poco meglio dei robot, ma allo stesso tempo sono sempre più tenuti ad organizzare la vita attorno al lavoro?

La risposta sta nella maledizione di Adamo, nella concezione di lavoro retribuito sottopadrone come modo di diventare adulto e nell’idea del sacrifico della gioia e del piacere, grazie al quale diventiamo adulti, meritevoli di avere ed essere oggetti consumistici. Non doveva essere la società dei consumi, quella in cui noi venivamo identificati in gruppi di consumo, in sottoculture tribali, amanti di cani, fanatici di fantascienza, tifosi del Bologna, tossici, ma di certo non droghieri o simili?

Se andate in un cimitero trovate scritte che ricordano quanto le persone erano amate in vita o quanto hanno amato e quanto hanno fatto bene alle persone. Avete mai visto in una lapide: ingegnere meccanico, o manutentore di caldaie? Ma, quando erano in vita avreste, invece, chiesto loro che lavorano facevano. Ma il paradosso è che alla fine quello che dà significato alla vita è il lavoro e la disoccupazione ha effetti psicologici devastanti.

Si fanno ricerche continuamente sul lavoro e tutte portano a risultati che possono essere sintetizzati in due punti, come riporta David Graeber nel suo “Bull shit jobs”: 1) il senso di dignità e l’autostima della maggioranza delle persone sono condizionati dal fatto di lavorare per guadagnarsi da vivere e 2) la maggior parte della gente odia il proprio lavoro; in realtà i lavoratori conquistano il senso della propria dignità e l’autostima proprio perché odiano il proprio lavoro, visto che si vive in un ambiente morale e culturale espresso già, secoli fa, da Carlyle: “il lavoro dovrebbe essere penoso, perché è l’infelicità stessa dell’occupazione a forgiare il carattere”. Tant’è vero che spesso si dice: “era un brav’uomo, buon padre di famiglia, grande lavoratore”.

Anche il razzismo si coniuga con le accuse di indolenza e fannulloneria che contraddistingue, secondo razzisti, i parassiti e le razze inferiori. Ancora permane, anche se in modo più sottile e nascosto, l’idea che i poveri siano persone dalla debolezza caratteriale tant’è vero che le critiche verso quelli che “vogliono qualcosa in cambio di niente” sono molto sentite.

Il paradosso sta, però, nel fatto che il lavoro è vissuto come fine in sé stesso. Proprio quel lavoro che troppe persone trovano degradante e oppressivo. Le caratteristiche sadomasochistiche del lavoro non sono manifestazioni eccessive di condizioni di particolare sfruttamento, ma sono costitutive del lavoro così concepito. La sofferenza è diventata il tratto tipico della cittadinanza in campo economico: esserne privo significa non avere un indirizzo, essere un senza tetto. D’altra parte, questi lavori producono sofferenza, perché la felicità è sempre condizionata dalla sensazione di poter influire sulla realtà, che ovviamente manca nei lavori “senza un senso umano”. Così come il neonato ride vedendo la relazione tra la sua volontà di muovere il braccio per spazzare via il piatto della minestra e la sua caduta dal seggiolone, con tanto di manifestazioni espresse dalle persone che lo circondano. I lavori, che non modificano l’ambiente, sono quindi lavori senza senso, producono sofferenza, che, appunto, viene colmata dall’idea del lavoro come valore in sé stesso.

Ed è mistificatorio, ma utile a far sopportare il lavoro, sostenere che questo è dovuta al fatto che i singoli lavoratori, come parti di un meccanismo, insieme a bulloni e robot, non lo percepiscono perché non hanno una visione complessiva, come riportato nella prima parte del mio articolo.

 

(11 novembre 2022)

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