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La Polizia di Stato arresta due persone, tra cui un avvocato del foro di Bologna. Indagati altri quarantuno soggetti

di Redazione #Bologna twitter@bolognanewsgaia #Cronaca

 

Un’indagine svolta dalla Squadra Mobile di Bologna ha permesso di raccogliere inequivocabili elementi relativi ad una condotta illecita posta in essere relativamente a permessi di soggiorno falsi, che permettevano a persone gravate dal foglio di via. Meccanismo ideato da un avvocato del foro di Bologna con altri complici.

Dopo un primo contatto telefonico, lo straniero, proveniente dalle più disparate parti d’Italia, otteneva un appuntamento presso lo studio legale di Bologna, dove si concludeva l’accordo tra le parti, con il pagamento di un primo acconto da parte dell’assistito e la fissazione di un appuntamento presso una delle Questure tra Bologna, Ravenna, Forlì-Cesena, Modena e Rimini. L’avvocato vantava di gestire gli appuntamenti dei propri assistiti tra le diverse questure delle provincie limitrofe, a seconda di quelle che, a suo dire, in determinati momenti, sembrava effettuare controlli più o meno approfonditi riguardo la documentazione dei domicili dichiarati dai richiedenti asilo e/o in relazione al tempo di attesa richiesto da ciascun ufficio per la fissazione dell’appuntamento.

Un secondo incontro, sempre presso lo studio legale, avveniva qualche giorno prima del primo appuntamento in questura, circostanza nella quale si celebrava una sorta di “interrogazione” condotta dall’avvocato – o dalla sua diretta collaboratrice di studio – nei confronti dello straniero, per prepararlo all’intervista che si sarebbe svolta presso l’ufficio immigrazione. Come accertato dagli investigatori, in queste occasioni il legale testava direttamente – assumendo le vesti del poliziotto che poi rivolgerà le stesse domande ai richiedenti asilo – la loro preparazione rispetto al nome del soggetto che li ospitava, la composizione del relativo nucleo familiare, l’indirizzo dell’abitazione, eccetera. Dalle affermazioni dell’avvocato emerge inequivocabilmente la sua consapevolezza circa la falsità delle domiciliazioni dei propri assistiti nel territorio provinciale della questura presso cui aveva presentato istanza.

Qualora l’assistito non fosse stato in grado di procurarsi autonomamente, tramite le proprie conoscenze, un domicilio nel territorio provinciale della questura presso cui il legale ha deciso di presentare la relativa istanza, interveniva la figura del co-indagato tunisino, che veniva contattato da chi aveva bisogno di una dichiarazione di ospitalità, dietro consiglio diretto dell’avvocato ed in sua presenza.

L’indagine ha altresì consentito di delineare con esattezza i ruoli e le condotte di tutti i compartecipi, per un totale di 41 indagati, e di mostrare la rilevanza, in termini di ritorno economico, del disegno criminoso ideato e posto in essere dal legale.

 

(20 gennaio 2020)

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