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All’Arena del Sole Gabriele Lavia torna con un altro spettacolo pirandelliano. “I giganti della montagna” in scena dal 9 al 12 gennaio

di Redazione, #Bologna twitter@bolognanewsgaia #Spettacoli

 

Gabriele Lavia, dopo Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca… e non solo, chiude la sua trilogia pirandelliana con I giganti della montagna, «l’ultimo dei miti, testamento artistico di Luigi Pirandello, punto più alto e sintesi della sua poetica». Lo spettacolo va in scena al Teatro Arena del Sole dal 9 al 12 gennaio con un numeroso cast, che vede sul palcoscenico lo stesso Lavia.
L’opera, scritta da Pirandello poco prima della sua morte e rimasta infatti incompiuta, celebra il teatro come spazio salvifico, libero e indipendente, ultima roccaforte dell’umanità, in una società distratta e svuotata di princìpi e ideali. Tra la favola e la realtà, il tempo e il luogo dell’azione sono indeterminati, ed è in questo spazio sospeso che la storia prende vita.

La pièce racconta la vicenda de La compagnia della contessa mentre lavora alla messa in scena di La favola del figlio cambiato, ospite nella Villa La Scalogna. Qui vive anche uno strano mago, Cotrone, che dice di essersi fatto “turco” per il “fallimento della poesia della cristianità”; nell’interpretazione di Lavia è Pirandello stesso.

Così spiega Gabriele Lavia:

Pirandello vive con I giganti della montagna il suo grande momento espressionista. Si tratta di un espressionismo onirico, fantastico, visionario. Alcuni attori si sono ridotti a essere quasi degli straccioni per seguire Ilse Paulsen, l’attrice moglie del Conte, che chiamano la Contessa. Vanno in giro come pezzenti a recitare la Favola del figlio cambiato, copione scritto per la Contessa da un certo autore, innamorato di lei, e morto per la disperazione di non essere corrisposto. È l’incubo della Compagnia. La donna, infatti, per espiare la colpa di quel suicidio, si ostina a voler recitare la Favola, che ovunque ha grande insuccesso. Il mondo non capisce più la poesia. Cotrone dà rifugio alla Compagnia alla Villa La Scalogna: l’arte non può abitare in mezzo agli uomini, ma solo tra loro Scalognati. Gli artisti riescono a vivere unicamente fuori dal mondo.
Cotrone vive nel fallimento, nella caduta del mondo, ai margini della vita e ai confini del sogno. Si è rifugiato o emarginato nella propria illusione che il teatro, cioè la poesia originaria, possa essere il luogo assoluto, fuori da ogni contaminazione. E lontano dai Giganti, dalle “forze brute”, da uomini che mettono paura soltanto a sentirli passare al galoppo. Nella mia vita ho visto molte edizioni dei Giganti della montagna: Cotrone era sempre cupo, malinconico, triste. Secondo me, invece, è allegro e incazzato. Perché è disperato.
Il teatro è quell’accadimento misterioso e pagano che ha trasformato i viventi in una comunità di uomini, quando si sono rappresentati e riconosciuti in quella rappresentazione, nell’origine della coscienza di “essere quel che si è”. I Giganti sono snaturati dal non voler conoscere se stessi. I loro servi imitano i costumi di violenza, ignoranza e volgarità dei loro padroni. Quindi, non possono far altro che continuare a uccidere il teatro, la poesia originaria nata come specchio dell’uomo.

In questa prospettiva, allora, non è un caso che il testo di Pirandello sia rimasto incompiuto e che alla fine del secondo atto siano scritte le ultime cinque parole della sua vita e, per Lavia, di tutto il Teatro delle maschere nude, con cui chiude i suoi Giganti ella montagna: “Io ho paura, ho paura…”

Continua Lavia:

Sapeva che doveva morire. Sono convinto che abbia detto quel che ha detto per rassicurare il figlio sulla sua voglia di vivere: «Ho composto nella mente il III atto, c’è un olivo saraceno, grande, in mezzo alla scena: con cui ho risolto tutto». Inventa, ma in realtà sta pensando alla morte. Credo che avrebbe chiuso il sipario con le quattro parole conclusive del II atto, messe in bocca al personaggio della seconda donna, Diamante, che ha la responsabilità di dare voce al testamento di Pirandello: «Ho paura, ho paura». Le indicazioni riportate dopo la sua morte sono un documento entrato a far parte della tradizione culturale intorno alla figura di un genio. Ma ci sono cose più importanti di cui tenere conto – continua – il Premio Nobel agrigentino sta lavorando alla sceneggiatura del film tratto dal suo Il fu Mattia Pascal. Si sente male. Viene un medico, proprio nel momento in cui gli stanno cambiando il letto. Rimangono soli. Quando gli cava il sangue, Pirandello, per come l’ha poi raccontata il dottore, chiede: «Insomma, mi vuole dire che è questo?» E lui risponde: «Non deve avere paura delle parole: questo è morire». La cronaca racconta che abbandona subito la stesura della sceneggiatura e si mette a scrivere I giganti della montagna, il cui primo titolo è Fantasmi.

Informazioni:
Teatro Arena del Sole

via Indipendenza 44 – Bologna

biglietteria tel. 051 2910910 – biglietteria@arenadelsole.it

bologna.emiliaromagnateatro.com

 

 

(8 gennaio 2020)

@gaiaitalia.com 2020 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 





 

 




 

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