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“La chiave dell’ascensore” di Ágota Kristóf #Inscena a Teatri di Vita dal 30 novembre al 2 dicembre

di Redazione #Bologna twitter@gaiaitaliacomlo #TeatridiVita

 

 

Sequestrata dal marito, mutilata, ma ancora libera e capace di denunciare i soprusi  e le violenze. Una favola nera che è al tempo stesso un grido di libertà della protagonista, firmata dal premio Nobel Ágota Kristóf e portata in scena da Anna Paola Vellaccio diretta da Fabrizio Arcuri.

“La chiave dell’ascensore”, nell’incalzante traduzione di Elisabetta Rasy, va in scena a Teatri di Vita (via Emilia Ponente 485, Bologna; info: www.teatridivita.it; 333.4666333) da venerdì 30  novembre a domenica 2 dicembre (venerdì ore 21, sabato ore 20, domenica ore 17). La produzione è di Florian Metateatro e Accademia degli Artefatti.

Dopo la replica di domenica, è previsto un incontro con l’attrice.

Lo spettacolo è inserito nella stagione di Teatri di Vita “Femminile tangenziale”, realizzata in convenzione con il Comune di Bologna, con il contributo della Regione Emilia Romagna, e con il sostegno di Fondazione del Monte e Fondazione Carisbo.

C’era una volta una castellana giovane e bella. Nel suo castello appollaiato in cima a un’alta rocca, ai confini della pianura, sognava, aspettava”. Inizia proprio come una favola. I toni, poi, si fanno via via più cupi, fino a raggiungere il dramma…

Una donna tenuta sotto sequestro dal proprio marito che, con l’aiuto di un medico compiacente, infierisce su di lei sottoponendola a orrende mutilazioni. I due uomini arrivano al punto di privarla dell’uso delle gambe e a renderla cieca, e alla donna straziata non rimane altro che la voce per gridare al mondo la sua orribile storia e denunciare i soprusi subiti. E’ questo il tema dello spettacolo, che porta agli esiti più vertiginosi quell’alterazione delle relazioni che è la volontà di possesso e di sopraffazione dell’altro. Il testo di Agota Kristóf è incalzante e implacabile, e ribalta le apparenze: alla violenza che sembra portare allo stallo e alla sconfitta, la protagonista oppone la sua rivolta basata sulla parola e sulla comunicazione di quel dolore e di quei soprusi.

“Regia, testo e recitazione – afferma Fabrizio Arcuri – si incontrano su di un terreno che prevede il coinvolgimento graduale ma inesorabilmente vibrante dello spettatore, per un lavoro che farà sicuramente parlare di sé. Il soggetto di Ágota Kristóf invita alla meditazione più cruda su temi basilari come il male e la relazione uomo – donna, ma forse ancor meglio permette di elaborare con profondità personale ed aperta l’universale del bene e la sua impegnativa ricerca.

Ágota Kristóf, nata nel 1935 a Csikvánd, un villaggio dell’Ungheria nel 1956, in seguito all’intervento dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare contro l’invasione sovietica, fugge con il marito e la figlia in Svizzera e si stabilisce a Neuchâtel, dove vivrà fino alla morte. Non perdonerà mai al marito la decisione di allora, presa per paura di essere arrestato dai sovietici, tanto che in una intervista dirà: «Due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera».

 

 




 

 

(25 novembre 2018)

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