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Sergio Lo Giudice e Pierferdinando Casini insieme nelle liste del PD, dove sta lo scandalo?

di Giancarlo Grassi #Bologna twitter@gaiaitaliacomlo #Elezioni2018

 

 

Qualche giorno fa è stato ritwittato ed è arrivato nella nostra lista di tweet un post che provocatoriamente tentava, non ha avuto grande successo, di innescare una polemica sulla candidatura di Sergio Lo Giudice e Pierfrancesco Casini nelle liste del Partito Democratico a Bologna. Entrambi. Il tweet, se lo ricordiamo bene, inneggiava allo scandalo e chiedeva spiegazioni al Sen. Lo Giudice quando, francamente, riteniamo che né Lo Giudice né Casini debbano dare spiegazioni. La risposta starà nel voto. E lo vedremo il 5 marzo.

E’ bizzarro, certamente, ma non è meno bizzarra la faciloneria dell’1+1 che nella superficialità dei giudizi scritti e pensati con le parti basse dà sempre più spesso un totale di “3”: Pierferdinando Casini, che non è certamente uno politicamente stupido, non sarà candidato nelle liste del PD, ma nella lista “Civica Popolare” guidata da Beatrice Lorenzin, anche se gli elettori e le elettrici del Pd saranno costretti a votarlo. E’ il bello della legge elettorale che il “No” al referendum del 6 dicembre 2016 ha costretto a partorire. Vi fa schifo? E’ solo l’inizio. Quindi piuttosto che chiedere spiegazioni dopo sarebbe meglio non votare con la pancia prima.

Come è possibile che persone tanto diverse come Lo Giudice e Casini siano costrette dentro la stessa lista? Intanto bisognerebbe ragionare più sui punti in comune tra i due, pretese di verginità politica ed etica a parte, che sulle differenze perché quando si tratta di salvare una lista, un partito politico e di vincere una contesa elettorale le differenze si mettono da parte, si è tutti un birignao ed una pacca sulle spalle, e poi la caccia è aperta. Ma dopo le elezioni. I politologi da social che esercitano il mestiere una volta alla settimana perché negli altri giorni sono impegnati ad essere allenatori, giornalisti, conduttori televisivi, cantanti o musicologi, dovrebbero – se avveduti – essersi accorti che Pierferdinando Casini è a capo della Commissione d’Indagine sulle banche voluta da Matteo Renzi (che tanto male gli sta facendo) e sapere, qualora siano reali politologi, che Casini non fa niente per nulla e che la collocazione in lista faceva già parte del gioco.

Se poi vogliamo ancora starcene lì a chiederci come mai un ghèi dichiarato, altamente pragmatico, come Sergio Lo Giudice e un cattolico ex democristiano, e per questo furbo ed opportunista, come Pierferdinando Casini possano essere alleati, non è di fingerci politologi che abbiamo bisogno, ma di tornare a scuola per studiare l’abc. E non della politica. Dopo esserci spogliati dall’obsoleto abito dell’attivista LGBTQI a tutti i costi.

Sergio Lo Giudice non è mai stato, pur avendo guidato il movimento [sic] LGBT quando ancora si chiamava “gay”, un pericoloso estremista dai toni accesi che scevro da pragmatismo mettesse in pericolo la possibile realizzazione dell’uguaglianza di diritti (che ancora non c’è) – e ci scuserà se ci permettiamo di dire che senza la sua fin troppo equilibrata leadership i diritti si sarebbero ottenuto almeno dieci anni prima; né Pierferdinando Casini è stato un Torquemada integralista pronto a bruciare le coppie dello stesso sesso sul rogo, prova ne sia che quando l’aria è cambiata se ne è stato zitto. O quasi. Cosa ci fanno nel Partito Democratico? Quello che ci faceva Bersani. Fanno politica. C’è da sperare che la faranno meglio.





(17 gennaio 2018)

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