Il progetto “Cura delle relazioni per la prevenzione del disagio”, attuato dalla Aps “Gli incontri di Sant’Antonino”, prosegue il proprio cammino, andando oltre il Comune di Bologna, aprendo due sportelli di ascolto nel comune di San Lazzaro, dopo l’apertura di quello per le disabilità nel Comune di Molinella. L’11 marzo, alle 17.30, al Centro Sociale Malpensa, in Via Jussi 33 a San Lazzaro, l’Amministrazione comunale presenterà il progetto ai cittadini, proiettando una parte del documentario “Speranze dal sottosuolo”, che, dopo Venezia, ha ottenuto un premio al festival dei cortometraggi di Montecatini.
Il tema della “distanza ravvicinata”, dell’accompagnamento, dell’ascolto e del supporto alle fragilità, in un rapporto di reale sussidiarietà con i servizi sociali del Comune, già tocca aspetti importanti e delicati nella lotta per mantenere umano un mondo che sembra allontanarsene sempre di più.
Ed i risultati finora ottenuti con questo progetto nel capoluogo della città metropolitana bolognese, sono tali da rappresentare, già di per sé, un importante elemento di attenzione verso l’evento di presentazione del progetto: dalle 400 persone accompagnate con successo in un anno nell’usufruire delle misure di welfare dell’Inps, frutto anche di un rapporto di partnership dell’Associazione con il centro medico legale e di un patto di collaborazione con la Direzione regionale dell’Istituto; alle 300 persone che hanno usufruito degli accompagnamenti assistiti negli ospedali e presso le strutture sociosanitarie, e di quelle che hanno goduto di assistenza e tutorship nei rapporti con l’ufficio migranti della Questura, con le scuole il comune o con l’Acer. Una vicinanza coltivata dalle tante visite a domicilio, dei volontari: medici, educatori, esperti amministrativi.
Ma, forse, non si coglie l’essenza della proposta progettuale su cui è fortemente impegnata l’Associazione, se non si considerano i quattro fondamenti che costituiscono la base etica del progetto che ne costituisce il fondamento.

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Leggi l'articolo →Il primo fondamento è il Dolore burocratico, che non va inteso solo come fastidio esistenziale, ma come una fonte di mancata integrazione, di crescita di un sentimento di straniamento, quando non diventa la fonte di una vera e propria sofferenza per diritti umani non rispettati.
Un dolore burocratico che assume un significato politico e sociale sempre crescente per alcuni fattori tipici del nostro tempo, come: l’alleanza tra le procedure che definiscono le attività organizzative di soggetti collettivi, come ad esempio quelle degli Enti istituzionali, da sempre agenti artificiali, e lo sviluppo della cosiddetta intelligenza artificiale (anch’essa, in realtà, agente più che intelligenza, come sostiene il Prof. Luciano Floridi). Oppure, la crisi della cultura antropologica, quella che teneva insieme valori e comportamenti intergenerazionali. Una crisi derivante da prodotti e i servizi di massa, standardizzati e globali che hanno definito profili sociali distaccati da una propria cultura locale.
Un distacco che si connette alla mancanza di una visione, che, nel migliore dei casi, ha portato anche le stesse controculture e la stessa dissidenza a ripiegare sulla difesa del rispetto di tante minoranze, ma non ad una spinta verso un futuro ideale.
Il secondo fondamento è l’intercettazione degli invisibili, inteso non solo come l’individuazione di persone e gruppi sociali emarginati e discriminati, ma anche di situazioni in cui le persone nascondono agli altri il proprio disagio per sentimenti di vergogna o persino non riconoscono a sé stessi tale disagio.
Il terzo è la cura delle relazioni, inteso, non solo come la presa in cura dell’assistito da parte dell’assistente, ma di relazioni di comunità, in cui i due ruoli molto spesso si scambiano, più velocemente e imprevedibilmente di quello che si crede. Un modo di vivere la cura che spinge l’Associazione a promuovere non solo gruppi di lavoro composti da persone con competenze, esperienze e sensibilità differenti che cercano i percorsi migliori per risolvere i problemi di un portatore di un disagio sociale, sanitario, esistenziale; ma anche a promuovere momenti di riflessioni condivise sul senso e sul significato della prassi. E di farlo, cogliendo occasioni anche di gioia altrettanto condivisa.
Per sottolineare in questo modo, che non è solo la gentilezza e l’accoglienza verso l’altro, con cui si manifesta la attività di cura delle relazioni, ma anche la focalizzazione sul processo relazionale e non tanto sugli individui che lo attuano.
E, infine, il quarto fondamento, il benessere umano come obiettivo e non come strumento, che significa non intendere il supporto al disagio come un modo per ridurre i costi sociali e le esternalità prodotte dalla vera attività che, secondo il modo di pensare attuale, è l’efficiente produzione di beni e servizi.
Ma intenderlo come la bussola per orientare l’impegno nel supporto del disagio dell’ “altro” e nel recupero del benessere umano, che, nel caso, ad esempio, del reinserimento lavorativo di soggetti in difficoltà, non significa integrarli in una “normalità”, ma semmai cogliere l’occasione di un reinserimento lavorativo che sviluppi l’inclusione di tutti, uno strumento per raggiungere il vero obiettivo: il dispiegarsi di un’umanità, che, nel cercare di essere sempre più inclusiva, tende a creare i veri significati dell’agire umano.

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Leggi l'articolo →In un contesto sociale interpretato secondo questi quattro fondamenti, le risorse possono costituire comunque dei limiti al pieno e inclusivo raggiungimento degli obiettivi ideali, ma non tanto perché le priorità sono altre, rispetto al perseguimento del benessere umano che comprenda tutti i portatori di fragilità, ma perché occorre trovare un equilibrio tra tutte le leve da utilizzare per raggiungere questo risultato e che assorbano risorse.
Questi fondamenti sembrano punti teorici e filosofici, ma, se considerati unitariamente e nel loro bilanciamento, determinano ciò che caratterizza la particolarità della nostra Associazione e che ci permette di distinguere, quando è necessario aiutare e aiutarci a adattare e integrare la persona nelle norme sociali e collettive, rispetto a quando occorre impegnarsi a cambiare le regole, tenendo ben presente che la norma, cioè a burocrazia, può essere la mappa, ma non la realtà. E questo, in fondo, suona simile alla famosa invocazione che prega il Signore di aiutarci ad accettare quello che non può essere cambiato, a cambiare quello che può esserlo e, soprattutto, a distinguere l’uno dall’altro.
Cambiare il mondo diventa, in questo approccio, non più un ripetuto slogan utopistico, ma un concreto navigare verso una meta ed un principio di orientamento per il navigare.
Un viaggio collettivo non tanto intrapreso per raggiungere una terra promessa, ma quanto per ritrovare quello spirito di comunità, sia nel corso della prassi concreta adottata nell’aiutare l’altro, sia nella visione filosofica che lo ispira e nell’impegno sociale e politico che ne deriva.
(26 febbraio 2026)
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