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Questi nostri ragazzi impotenti e furiosi di fronte alla morte

di Daniele Santi #Modena twitter@gaiaitaliacomlo #Lopinione

 

Avevo quindici anni quando uno dei miei migliori amici venne trovato morto nel bagno di casa. Eravamo coetanei. Embolia polmonare, fu il referto. Molto dolore, ciò che seguì. Dall’anno successivo, in una sequela di accadimenti di estrema gravità, persi altri amici e amiche, persone molto vicine, che frequentavo o con cui lavoravo a strettissimo contatto. Mi resi conto che l’unica via per non impazzire scervellandosi sui “perché” era fare i conti con l’impermanenza che ci rende tutti di passaggio. Ci piaccia o no. E mi piacesse o no venne la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 con l’HIV che falcidiò con selvaggia determinazione il gruppo di persone che frequentavo: rimanemmo in quattro di una ventina che eravamo. Ancora quella bastarda impermanenza che ci rende vulnerabili addirittura alle malattie anche se ci rifiutiamo di considerarci mortali.

In provincia di Modena un giovane di 21 anni è morto per cause ancora in corso di accertamento, dopo un malore che all’alba del 4 gennaio lo aveva portato al pronto soccorso, dal quale veniva dimesso alle 7.18, come puntualmente riporta il quotidiano Gazzetta di Modena, salvo poi fare i conti di nuovo con lo stesso disturbo che lo ha portato alla morte. Sconcerta che una giovane se ne vada così presto e per cause che saranno i sanitari e le autorità preposte a chiarire.

Sconcerta che gli amici del giovane abbiano aggredito a male parole con telefonate di insulti il personale sanitario dell’ospedale dove il giovane era stato ricoverato e dimesso – la Gazzetta di Modena pubblica il comunicato stampa dell’Ausl che ricostruisce l’accaduto – e che nel momento in cui ci si dovrebbe raccogliere e riflettere sul mistero eterno di nascita e morte ci si lasci andare all’aggressione verbale e alla ricerca del colpevole, senza dimenticare naturalmente i commenti feroci sui social che accusano i sanitari.

Quando un colpevole esiste va punito con la severità che il suo reato richiede e che le leggi dello Stato permettono. Quando di fronte ad un evento naturale come la morte, per quanto traumatica, per quanto dolorosa, per quanto improvvisa, per quanto sospetta, non si riesce ad avere nessun’altra reazione che non sia quella della ricerca dei colpevoli da individuare, insultare e minacciare significa che qualcosa si è inceppato nel meccanismo dell’elaborazione del lutto, del dolore. Nell’evoluzione personale di me, te noi, loro, voi. Come esseri umani. In ultima analisi nella comprensione stessa dei meccanismi che regolano l’esistenza. Essere nati significa inesorabilmente fare i conti col fatto che prima o poi si morirà. E nessuno conosce il destino di nessuno. Né le ragioni per cui qualcuno vive vent’anni e qualcun’altro centodieci.

La violenza e la rabbia che sperimentiamo ad ogni angolo, sotto ogni articolo, in ogni occasione, sono date dall’immaturità che rende incapaci di sopportare ed elaborare la frustrazione che porta all’immediata ricerca di un colpevole contro il quale scagliarsi. E’ il rifiuto a farci carico delle nostre  responsabilità che porta a pensare che gli altri facciano lo stesso.
E’ un meccanismo sociale pericolosissimo ed apparentemente inarrestabile. Inquietante.

E’ difficile credere che siano spesso coloro che si fanno beffe dei morti in mare ad essere in balia dell’odio da disperazione quando l’implacabile signora sfiora la loro esistenza. Non c’è colpevolezza nella morte. Si muore proprio per le stesse ragioni per cui si vive. Perché c’è un disegno più grande di noi che ci governa. E non c’è nulla nell’universo che, essendo vivo, prima o poi non muoia.

 





 

(7 gennaio 2019)

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